Il fondatore di Libera a Taranto per la “Staffetta del Faro della Legalità”

Don Luigi Ciotti: una vita spesa accanto agli umili e agli ultimi

Nell’occasione l’Archimede intitola l’aula magna della scuola a Giovanbattista Tedesco, vittima della mafia 

Don Luigi Ciotti è tornato a Taranto per i trent’anni trascorsi dall’omicidio di Giovanbattista Tedesco, ex carabiniere, capo turno della vigilanza presso l’ex Italsider, eliminato dalla Sacra Corona Unita per averne contrastato i traffici illeciti. La “Staffetta del Faro della Legalità” ha visto protagonista per l’intera mattinata il fondatore di Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, in due incontri con gli studenti tarantini. Il primo presso l’istituto comprensivo Renato Moro e, di seguito, presso l’Archimede. La sala teatro del plesso Leonida, dopo i saluti del dirigente Loredana Bucci, ha ospitato accanto a Ciotti Maria Teresa Lacovara, moglie di Tedesco. Il testimone della staffetta è poi passato a Patrizia Capobianco, dirigente dell’Archimede dove è stata intitolata l’aula magna della scuola a Giovanbattista Tedesco, alla presenza di don Ciotti e di Alessandro Tedesco, figlio della vittima e referente di Libera a Taranto. Numerose le autorità intervenute, le associazioni di volontariato, insieme agli studenti e ai parenti di morti per mafia.

Ha la stessa energia di sempre don Luigi Ciotti, determinato ma anche in pena per le sorti della democrazia, come tiene più volte a sottolineare nel suo lungo e appassionato discorso. Una sala gremita, quella dell’Archimede, soprattutto dagli studenti che ascoltano attenti per quasi due ore il suo invito all’impegno. Parla del Vangelo, della testimonianza di tante associazioni che silenziosamente lavorano sul territorio, parla di etica e di politica. Insieme alla denuncia, l’invito all’impegno comune, perché le responsabilità appartengano a ciascuno di noi. Una vita intera spesa in strada la sua, sempre con entusiasmo e con passione in difesa dei più deboli. Don Ciotti ne rievoca con i ragazzi alcune tappe: la lotta contro le tossicodipendenze, la fondazione del Gruppo Abele nel 1965 per contrastare tutto ciò che crea emarginazione, disuguaglianza e smarrimento, poi di Libera e le battaglie di ogni giorno contro l’indifferenza. Oggi, più che mai, è indispensabile, infatti, invitare i più giovani a considerare come illegalità, ingiustizie e violenze nascano molto spesso proprio dall’indifferenza, dall’omertà e dall’egoismo. “La Costituzione è il primo atto antimafia - afferma Ciotti - bisogna applicarla ed amarla. La mafia e la corruzione non troveranno mai spazio in una comunità solidale e unita”. Non bisogna lasciar correre, insomma, “il cambiamento è possibile e ha inizio quando ciascuno cerca di comprendere sino in fondo quanto ci accade intorno per poter decidere con consapevolezza del proprio futuro”.

Parole che lasciano il segno, come sempre quando il don parla alla gente. Con umiltà ma senza mezze misure.

Don Luigi Ciotti dialoga con i ragazzi dell’Archimede

“Non sono IO. Oggi, qui tra voi, sono NOI”.

Una premessa, quella di don Luigi Ciotti, che ha spiazzato gli studenti dell’Archimede e ha fatto sì che il 2 ottobre 2019 si sia trasformato in una data che, di certo, non dimenticheranno. Lo attendevano in tanti nell’aula magna, incuriositi dal traffico che, per giorni, ha visto coinvolta tutta la scuola: dal dirigente scolastico ai collaboratori alle prof. addette al “bombardamento” in nome della legalità che aveva accolto i ragazzi già al rientro dalle vacanze estive. Era impossibile non sentirsi nel cuore di un avvenimento, di quelli con l’A maiuscola. Le forze dell’ordine, gli uomini della scorta, le autorità, gli applausi e poi Lui. Si ferma all’entrata della sala e già parla con gli studenti, sottovoce, stringe loro le mani una per una, ci prova almeno, per ciascuno ha una battuta, una domanda, “Come ti chiami?”, “Chi sono gli studenti del Nautico?”, “E tu per quale squadra di calcio fai il tifo?”, stessa domanda per una prof, che confessa di non capirne nulla: “Non preoccuparti, nella vita ci sono tante altre cose importanti”.

“Non sono Luigi Ciotti, oggi sono NOI”. Don Ciotti è gli studenti che subito chiama accanto a sé sul palco. Hanno tante domande da porgergli, meditate con cura sino a questa mattina ma che adesso rischiano di essere inghiottite dall’ansia e dall’imbarazzo. Averle ricopiate su dei foglietti di carta, ascoltando malvolentieri il suggerimento della prof, adesso li salva: leggono incerti parole di cui, in quel momento, non ricordano più il significato. Ma non c’è ansia che tenga se sei un tutt’uno con don Ciotti, pronto a lodarli per la serietà di tutti i temi proposti. E si comincia a parlare di lavoro che non c’è, del rischio altissimo, una volta fuori dalla scuola, di non trovare un’occupazione e, peggio, di essere “arruolati” dalle mafie. “Siamo il Paese in Europa con la più alta percentuale di disoccupati. Non vogliamo giudicare nessuno, ma occorre porci delle domande” - dice don Ciotti - è un atto d’amore nei confronti del nostro Paese. Se in tanti abbandonate la scuola durante il ciclo delle superiori, se il 40% dei pochi ragazzi che approda all’università - le tasse sono molto alte - si perde per strada, se in Italia non si investe abbastanza nell’istruzione, occorre porci qualche domanda”. Perché è dalla scuola che parte tutto: “la conoscenza è la via maestra per il cambiamento”, sottolinea Ciotti, lotta contro la mafia vuol dire innanzitutto scuola, cultura e lavoro”, mentre “antimafia” oggi, per il prete di Libera, è una parola abusata. “L’antimafia vera è un premio di coscienza, di responsabilità e di impegno; non è una carta di identità che uno può tirare fuori a seconda delle circostanze. È una parola delicata che deve esser riempita di contenuti. Per questo motivo, tutta la società ha bisogno di cultura, informazione e percorsi educativi che risveglino le coscienze. E bisogna farlo soprattutto oggi che si tocca con mano un’emorragia di umanità, ma anche tanta emorragia di memoria. La politica - sostiene con forza don Ciotti - deve quindi favorire il rientro in Italia anche di tutti quei ragazzi che hanno lasciato il proprio paese per studiare, perfezionarsi o in cerca di un’occupazione stabile”.

Lasciare l’Italia, lasciare Taranto…. In tanti si allontanano da qui, giovani e meno giovani, da un Sud sempre più a Sud dell’Europa. Ciotti viene spesso a Taranto e conosce bene il nostro territorio. “I disastri ambientali e sociali sono la stessa cosa”, dice, “tra le emergenze dei nostri giorni, accanto a quella dei giovani, del lavoro e delle povertà, c’è il rischio di una vera e propria catastrofe ecologica”. Non possiamo essere neutrali: per il don “le responsabilità sono sempre di tutti noi. Le emozioni che proviamo dinanzi ad una tragedia non bastano se non le trasformiamo in sentimenti”. E il suo pensiero corre all’emergenza migranti: nell’aula magna dell’Archimede, da oggi intitolata a Giovanbattista Tedesco, ci sono anche alcuni corsisti del Centro Provinciale per gli Adulti di Taranto. Immigrati africani di età compresa tra i venti e i ventisei anni che, a partire da quest’anno, frequenteranno la terza classe del corso serale di “Meccanica” appena attivato presso l’Archimede. Alcuni di loro sono anche mediatori culturali impegnati in centri di accoglienza, appunto perché “tutti sappiamo fare qualcosa e tutti dobbiamo spendere un po’ delle nostre vite per sostenere le vite di chi ha più bisogno”, ripete più volte don Ciotti. “È solo unendo le nostre forze che possiamo farcela. Persino la democrazia vacilla, se non c’è il contributo di tutti, mentre è il cardine di tutte le relazioni umane. L’egoismo e l’individualismo bloccano il coraggio: dobbiamo andare incontro al futuro insieme, non attenderlo. E dobbiamo farlo con coraggio, senza coraggio la vita è meno vita”. Coraggio, dunque, per i più giovani ma anche sogno. “Ragazzi, la vostra è un’età meravigliosa, date forza e spazio ai vostri sogni. Ricordate - quasi li ammonisce il don - i grandi sognatori sono le persone più concrete” e si congeda con Martin Luther King. “Io so, in qualche modo, che solo quando è abbastanza buio si possono vedere le stelle”. Le difficoltà fanno parte del cammino, la strada è lunga e in salita. Non sappiamo altro, solo che dobbiamo proseguire. Insieme.

 

2 ottobre 2019

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